Giacomo Leopardi – Il pensiero filosofico e poetico del recanatese nelle letture della nuova ontologia estetica e di Emanuele Severino – a cura di Giorgio Linguaglossa

Giacomo Leopardi nella lettura della «nuova ontologia estetica»

Non c’è dubbio che il pensiero e la poesia di Leopardi siano usciti fuori dell’orizzonte di lettura delle ultime quattro decadi della cultura poetica italiana. La poesia italiana si è mostrata reticente e restia ad affrontare l’eredità poetica del recanatese e a ricollegarla alla sua filosofia critica; il recanatese è così diventato un grande estraneo, uno scomodo e ingombrante poeta pensatore, ad avviso di Severino il più grande pensatore degli ultimi due secoli. Addirittura, di recente una poetessa alla moda lo ha inserito tra i poeti «minori».
La «nuova ontologia estetica» ritiene invece che occorra al più presto rimettere Leopardi nel posto che gli spetta, come il primo e più grande poeta pensatore europeo che pensa la crisi come un complesso di enti dileguantensi nel nulla. Il pensiero poetante che si esplica in una poesia è l’ente dotato di autocoscienza. La nuova poesia europea dunque parte da Leopardi. La «nuova ontologia estetica» si è occupata a più riprese del «problema Leopardi», e ha rimesso al centro della propria ricerca la questione dell’ente, e quindi la questione del nichilismo nella sua fase attuale di sviluppo e del peculiarissimo «stato psicologico» proprio della nuova poesia ontologica. In questa accezione, la NOE non poteva non occuparsi della critica del recanatese alla civiltà del suo tempo e si è mossa in direzione della fondazione di una nuova poesia ontologica che ripartisse da una critica radicale dell’economia estetica e filosofica degli istituti stilistici del secondo novecento e dei giorni nostri. Ma già parlare di «istituti stilistici» significa dimidiare e fuorviare la impostazione che la «nuova ontologia estetica» dà dell’ente. La «nuova poesia» è quell’ente che designa lo stadio attuale degli altri enti ricompresi nell’orizzonte della crisi che quegli enti impersonano e prospettano. Direi che l’apertura prospettica verso gli altri enti è l’aspetto fondamentale della «nuova poesia ontologica», ente prospettico per eccellenza.

Occorre porre un alt all’economia curtense delle ultime decadi del pensiero poetico italiano. La «nuova ontologia estetica» col suo rimettere in piedi la poesia sullo zoccolo di una nuova ontologia intende riprendere, per reinterpretarla in base alle mutate esigenze della odierna età della tecnica, la lezione del grande recanatese.

Testata azzurra

Porre la poesia sullo zoccolo di una nuova ontologia,

è questa la chiave di accesso che usa Leopardi per attraversare i linguaggi petrarcheschi degli ultimi secoli della poesia italiana e ristrutturarli in un linguaggio poetico integralmente espressivo che nulla concedesse alle sinapsi petrarchesche della tradizione italiana.
Concordo con quanto sostenuto da Emanuele Severino sul «pensiero» di Leopardi. Il filosofo italiano legge il recanatese come il primo poeta filosofo del nichilismo, colui che si è posto come critico radicale dell’«età della tecnica». Il recanatese scopre che l’assunto fondamentale dell’età della tecnica è il nichilismo, quel pensiero soggiacente, non detto, dell’Occidente, quel «solido nulla» che costituisce il reale inteso come esito transitorio, passaggio di un ente dal nulla al nulla. Cioè nichilismo.
Leopardi nel Dialogo della Natura e di un Islandese, scrive: «La vita di quest’universo è un perpetuo circuito di produzione e distruzione, collegate ambedue tra sé di maniera, che ciascheduna serve continuamente all’altra, ed alla conservazione del mondo; il quale sempre che cessasse o l’una o l’altra di loro, verrebbe parimente in dissoluzione. Per tanto risulterebbe in suo danno se fosse in lui cosa alcuna libera da patimento».1]

Leopardi pensa il divenire in termini ontici e ontologici,

poiché fa coincidere il divenire con la storia degli uomini e la loro infelicità nel dolore. Il pensiero poetante per sua natura non ha semplicemente il ruolo di rilevare il senso ultimo dell’ente e di porgerlo all’uomo, il pensiero poietico è un pensiero fondante, un pensiero che dà la misura del mondo, fonda gli ambiti di comprensione dell’ente visto nel divenire come permanente produzione e distruzione dell’ente. Leopardi affida alla poiesis un compito arduo ed estremo, quello di porgersi in posizione di ascolto dell’ente.
È ovvio che un pensiero così abissale non poteva e non può essere accettato dalla poesia italiana del tardo novecento, rimasta sostanzialmente petrarchesca, scettica, acritica, conformistica e priva di un pensiero filosofico.

Testata polittico

Il problema è che «Non si dà la vera vita nella falsa»,

così hanno sintetizzato e sentenziato Adorno e Horkeimer ne la Dialettica dell’Illuminismo (1947), in un certo senso contrapponendosi nettamente alle assunzioni della analitica dell’esserci di Heidegger, secondo il quale invece si può dare l’autenticità anche nel mezzo di una vita falsa e inautentica adibita alla «chiacchiera» e alla impersonalità del «si». Il problema dell’autenticità o, come la definisce Kjell Espmark, l’«esistenza falsificata», è centrale per il pensiero e la poesia europea del Novecento. Oggi in Italia siamo ancora fermi al punto di partenza di quella staffetta ideale che si può riassumere nelle posizioni di Heidegger e di Adorno-Horkeimer i quali, nella loro specularità e antiteticità, ci hanno fornito uno spazio entro il quale indagare e mettere a fuoco quella problematica. La poesia del Novecento europeo ne è stata come fulminata, ma non per la via di Damasco – non c’era alcuna via che conducesse a Damasco – sono state le due guerre mondiali e poi l’ultima, quella fredda, combattuta per interposte situazioni geopolitiche, a fornire il quadro storico nel quale situare quella problematica esistenziale. Quanto alla poesia e al romanzo spettava a loro scandagliare la dimensione dell’inautenticità nella vita quotidiana degli uomini dell’Occidente.

«Il secol superbo e sciocco»

Il pensiero filosofico di Giacomo Leopardi mette a nudo la realtà dello stato di cose presente in Europa scaturito dal Congresso di Vienna (1815). Il problema intravisto dallo sguardo acutissimo di Leopardi è il fondamento minaccioso del «nulla», del «niente» che sta alla base della costruzione della civiltà europea. Questo pensiero, sconvolgente per la sua acutezza e per l’anticipo di settanta anni con il quale viene formulato prima di Nietzsche, ci fa capire la grande potenza del pensiero filosofico di Leopardi, il suo aver percepito con estrema chiarezza, in anticipo sul proprio tempo, che il presente e il futuro dell’Europa sarebbe stato il Nichilismo. È un risultato sconvolgente quello cui giunge il pensiero di Leopardi se pensiamo che ancora oggi siamo all’interno delle determinazioni che l’età del nichilismo riserva al pensiero europeo dopo Heidegger. Il pensiero debole di Vattimo e il pensiero parmenideo di Emanuele Severino si muovono nell’orbita tracciata a suo tempo dal filosofo di Recanati. E, probabilmente, la civiltà europea dovrà anche nel futuro fare i conti con il pensiero filosofico di Leopardi, d’altronde espresso con una chiarezza e precisione lancinanti.

Rispetto al pensiero dell’Illuminismo, Leopardi fa un passo indietro, ritorna al pensiero dei greci, mette a punto l’apparato categoriale che gli serve per scoprire e mettere a nudo la vera essenza della civiltà europea. «Il secol superbo e sciocco», che credeva a quell’800 romantico ed idealista, e credeva nelle «magnifiche sorti e progressive», viene irriso dal poeta di Recanati il quale si cimenta in un pensiero che riparte dal punto zero, dal pensiero di un «corpo» che si muove nel «nulla», fonda il modo di pensare ontologico della civiltà europea. Il paradiso della civiltà della tecnica è destinato all’angoscia, in quanto la logica della scienza sulla quale esso è fondato è una logica che poggia la sua costruzione su ipotesi auto evidenti, sprovviste però di fondamento nell’épisteme su una verità immutabile e definitiva. Questa suprema felicità che il paradiso della tecnica può dare all’uomo sarebbe quindi, in ultima istanza, una felicità effimera, precaria, falsa e falsificabile.

Bertolt Brecht, Zbigniew Herbert

«Il corpo non si può comporre di non corpi»

Scrive Giacomo Leopardi nel 1921: «Il corpo non si può comporre di non corpi, come ciò che è di ciò che non è; né da questo si può progredire a quello o viceversa… non v’è scala, gradazione, né progressione che dal materiale porti all’immateriale, come non v’è dall’esistenza al nulla. Fra questo e quello v’è uno spazio immenso, ed a varcarlo v’abbisogna il salto che da’ leibniziani giustamente si nega in natura. Queste due nature sono affatto separate e dissimili come il nulla da ciò che è». (P 1636)

Per Leopardi tutti gli essenti escono dal nulla e ritornano nel nulla, in ciò seguita la tradizione del pensiero greco di Eraclito e di Stratone di Lampsaco filtrato attraverso il libro IV della Metafisica di Aristotele. Gli essenti sono «sciolti» dall’«infinito» a cui essi sono collegati in base alla volontà di esistere, che è volontà di infinito e di eterno, per cui gli essenti sono esposti, abbandonati al divenire. La Ragione per Leopardi «non è né impotente né debole», infatti essa è meravigliosamente potente e porta a compimento la verità ultima delle cose. Ma, una volta raggiunta tale potenza, ecco che l’essente è incapace a trovare una soddisfazione nella cosa: «Basta che l’uomo abbia veduto la misura di una cosa, ancorché smisurata, basta che sia giunto a conoscerne le parti o a congetturarle secondo le regole della ragione; quella cosa immediatamente gli par piccolissima, gli diviene insufficiente ed egli ne rimane scontentissimo» (P 246-47).

Borges, Auden

«La ragione è acutissima, non è né incompetente né debole»

Annota ancora Leopardi:

«Non diciamo che la ragione vede poco. In effetto la sua vista si stende quasi in infinito, ed è acutissima sopra ciascuno oggetto, ma essa vista ha questa proprietà, che lo spazio e gli oggetti le appariscono tanto più piccoli quanto ella più si stende e quanto meglio e più finalmente vede. Così ch’ella vede sempre poco, e in ultimo nulla, non perch’ella sia grossa e corta, ma perché gli oggetti e lo spazio tanto più le mancano quanto ella più n’abbraccia, e più minutamente gli scorge. Così che il poco e il nulla è negli oggetti e non nella ragione (benché gli oggetti sieno, e sieno grandi a qualunqu’altra cosa, eccetto solamente ch’alla ragione). Perciocch’ella per se può vedere assaissimo, ma in atto ella tanto meno vede quanto più vede. Vede però tutto il visibile, e in tanto in quanto esso è e può mai esser visibile a qualsivoglia vista» (P 2942-43).

Per Leopardi l’ana-lisi è il metodo che consente di vedere l’«essere delle cose», perché ogni ente è «sciolto» dal tutto, dall’infinito, dalla «grandezza» – cioè è ana-litico – e quindi è finito e, in quanto finito è esposto alle incursioni del nulla, appunto in quanto «determinato» (circoscritto, finito, definito). Mediante l’analisi la ragione vede nella materia parti sempre più piccole e tenderebbe verso il nulla, ma non le monadi leibniziane sono l’elemento ultimo dell’essere, perché affermare che l’essente ha carattere analitico significa dire che l’essente, appunto, in quanto «sciolto», separato dall’infinito, sporge temporaneamente dal niente, e il divenire ne è la evenienza. Le più piccole parti di materia possono essere divisibili in parti sempre più piccole, ma le singole parti «saranno sempre materia». Al di là non troverete mica lo spirito, ma il nulla». (P 1635) Splendida e icastica affermazione.

Per Leopardi è chiaro: «il nulla è negli oggetti e non nella ragione». E qui chiude la discussione introducendo la identità tra l’essere e il nulla, essendo l’essere quel non-niente che esce per un momento dal nulla e vi ritorna.

Giacomo Leopardi, Tomas Tranströmer

«Il Nulla verissimo e certissimo delle cose»

Scrive Leopardi: «chi si fissasse nella considerazione e nel sentimento continuo del nulla verissimo e certissimo delle cose… sarebbe pazzo assolutamente… e tuttavia quella sarebbe una verissima pazzia». Parole quanto mai eloquenti in quella affermazione circa la assoluta certezza: «il nulla verissimo e certissimo delle cose» che non lascia scampo al pensiero che voglia tenere fermo il principio, il punto nevralgico del suo pensiero ontologico, secondo cui il «nulla è negli oggetti e non nella ragione», «la sola cosa ragionevolissima e verissima» (ibid.) che conferma il principio assoluto di non contraddizione di aristotelica memoria, «contraddizione evidentissima e formalissima» secondo cui la contraddizione non può stare in natura ma si trova nell’ente, nell’uomo, il quale possiede la «ragione» la quale è in contrasto con la «natura». Per cui la ragione, se si spingesse al massimo grado nella investigazione della natura, vedrebbe il minimo, cioè il nulla appena dietro la più piccola parte di essere. La «ragione» per Leopardi «vede tutto il visibile, e in tanto in quanto esso è e o può mai esser visibile a qualsivoglia vista». Cioè la «ragione» è la vista di tutti e di ognuno, essa vede ciò che può essere comprovato dalla vista di tutti. Ma il paradosso è qui, che la capacità di vedere della ragione è tanto più forte quanto più indebolisce il proprio contenuto e chi la possiede.

La «tendenza» dell’età presente verso la ragione

La «tendenza» dell’età presente verso la ragione significa la tendenza verso la «distruzione» e l’«inazione», verso la potenza della tecnica e delle «macchine al cielo emulatrici» (Palinodia), dell’assetto sociale delle moderne società basate sul calcolo e sul pensiero razionale-matematico. Ma la potenza della tecnica è destinata a fallire in quanto la nullità dell’essente annienta la volontà di agire. «E l’azione presente non può essere se non effimera e finirà nell’inazione, come per sua natura è sempre finito ogni impulso, ogni cangiamento operato nelle nazioni da principio e sorgente filosofica, cioè da principio di ragione e non di natura inerente e sostanzialmente e primordialmente all’uomo». (P 522, 18 gennaio 1821)

«Appuramenti, … circoscrizioni, … esattezze, … strettezze, … sottigliezze, … dialettiche, … matematiche non sono in natura e non devono entrare nella considerazione dell’ordine naturale, perché la natura effettivamente non le ha seguite» (P 582).

P.P. Pasolini, B. Pasternàk

Il pensiero di Leopardi nella lettura di Emanuele Severino

Severino ci ricorda che la parola ποίησις significa originariamente pro-duzione, ossia portare fuori dal niente, condurre la cosa dal non-essere all’essere. Ma è solo nell’epoca attuale che la ποίησις è veramente un condurre qualcosa dal non-essere all’essere. Il poietès è dunque colui che porta qualcosa dal non-essere all’essere. La ποίησις, dunque, è l’atto nichilistico per eccellenza, e i poietès sono coloro che dimorano stabilmente nel nichilismo.
La parola ποίησις per i greci indica l’atto del pro-dursi, del portarsi fuori. Ma fuori dove? Fuori nell’apparire, mostrando le cose pro-dotte nella propria luce. Questo mostrarsi è appunto il fenomeno.
Heidegger e Severino, giungono ad una comunanza d’intenti pur partendo da due punti diversi.
Entrambi questi pensatori si sono rivolti alla poesia per comprendere l’essenza dell’Occidente, Heidegger, Trakl e Hölderlin, Severino a Leopardi. Entrambi hanno considerato l’arte poetica quale luogo privilegiato per una comprensione più profonda dell’Occidente. Per Severino Leopardi fonda la dimensione irriducibile del nichilismo, diventa il primo e più profondo pensatore-poeta del senso nichilistico dell’età della tecnica.

Secondo Severino la struttura sotterranea dell’Occidente

si fonda sull’evidenza della nientità di tutto l’essente e, quindi, sull’evidenza che qualsiasi principio dell’eterno non può riscattare l’esistenza dal nulla. Lo stesso Nietzsche non comprenderà appieno il pensiero di Leopardi, considerandolo solo un grande poeta e prosatore. Quando Leopardi nel pensiero 72 dello Zibaldoneafferma che «Tutto è nulla al mondo», non vuole affermare che l’essere è nulla, ma che tutti gli esseri escono e ritornano nel nulla. Affermando ciò si porta nella prossimità del baratro dell’Occidente che, nel proprio inconscio, identifica l’essere col nulla. Infatti, se anche non detto esplicitamente, Leopardi afferma che «il nulla è negli oggetti», ossia il nulla è nell’essente, nell’essere, indica l’identità degli opposti. Dire che il nulla è nell’essente, significa dire che il ni-ente è ente.
Leopardi, afferma Severino, anche intravedendo questa identità, non coglie la «follia» di quest’ultima asserzione, non comprende l’assurdità di affermare l’identità degli opposti, degli assolutamente non identici. Egli, quindi, scorge il sottosuolo dell’Occidente, ma non ne avverte la follia, perché il suo pensiero vive e si alimenta all’interno della follia dell’Occidente e, come tale, non può coglierla come follia, ma come la cosa più evidente. La sua grandezza sta quindi nell’aver raggiunto la coerente follia del divenire nichilistico, al di là di qualsiasi rimedio sovramondano. Riesce ad intravedere il baratro che sta sotto tutta la storia dell’Occidente, anticipando di mezzo secolo tutta la speculazione nietzschiana sul nichilismo, annunciata dalla sentenza nicciana: «Dio è morto».

L’affermazione della nullità di tutte le cose nel pensiero di Leopardi appare già prima del 1820. Al termine del pensiero 72 dello Zibaldone, Leopardi dice: «Tutto è nulla al mondo, anche la mia disperazione, della quale ogni uomo anche savio, ma più tranquillo, ed io stesso certamente in un’ora più quieta conoscerò la vanità e l’irragionevolezza e l’immaginario. Misero me, è vano, è un nulla anche questo mio dolore, che in un certo tempo passerà e s’annullerà, lasciandomi in un vôto universale e in un’indolenza terribile che mi farà incapace anche di dolermi».2].

L’affermazione è netta e non lascia dubbi: «Tutto è nulla», le «cose esistenti», i modi d’essere, gli essenti nella loro totalità sono «nulla».

Ubaldo de Robertis, Roberto Bertoldo

Leopardi afferma che le «cose esistenti»

in quanto esistenti non possono essere nulla, altrimenti non sarebbero «esistenti». Leopardi chiarisce il senso dell’affermazione: «Tutto è nulla» e quindi che anche le «cose esistenti» sono «nulla», con il pensiero 72 dello Zibaldone. Tra le «cose esistenti» che sono nulla vi è anche la disperazione e il dolore: «È vano, è un nulla anche questo mio dolore, che in un certo tempo passerà e s’annullerà». Questo «dolore» certamente finché esiste non è nulla, ma dovendo diventare nulla, quando cioè quella cosa esistente diventerà nulla, sarà nulla; e la stessa cosa esistente che prima di essere è nulla, portandosi nell’esistenza, porta con sé il suo essere stato nulla. La cosa esistente diventa nulla, si identifica col nulla; quell’essente che in quanto essente “è”, diventando niente, è ni-ente.

Chiosa Severino: «Raramente il pensiero occidentale si porta in una trasparenza eguagliabile a questo passo di Leopardi. Si tratta della trasparenza del linguaggio che esprime ciò che per l’Occidente è l’evidenza suprema: l’esistenza del divenire, cioè dello scaturire dal nulla e del ritornarvi, da parte delle “cose esistenti”. Questa trasparenza estrema mostra la grandezza estrema del pensiero di Leopardi e, insieme, la fedeltà estrema di questo pensiero all’essenza dell’Occidente. Che le “cose esistenti” (“le cose che sono”) siano nulla è l’evidenza originaria, appunto perché è l’evidenza del divenire».3]. Leopardi mostra quello che tutto l’Occidente pensa nel suo inconscio: nel divenire l’ente esce e ritorna nel nulla, ma se l’ente diventa nulla e il nulla diventa ente, allora l’ente è nulla.

Agli occhi di Leopardi e di tutto l’Occidente,

di cui il recanatese è per Severino il più coerente interprete, l’identità delle cose esistenti col nulla non è contraddizione. Nel pensiero 3784, Leopardi afferma che «le contraddizioni evidentissime e formalissime sono escluse dal ragionamento assoluto». In riferimento a ciò che Leopardi chiama «ragionamento assoluto», il pensiero 1341 dice: «nessuna cosa è assolutamente necessaria, cioè non v’è ragione assoluta perch’ella non possa non essere». La «ragione assoluta» è appunto il «ragionamento assoluto» da cui le «contraddizioni evidentissime e formalissime sono escluse». Il testo dice che non c’è una «ragione assoluta» in base a cui le «cose esistenti» non possono non essere, ossia essere nulla. Affermare che un essente può essere nulla non è una contraddizione. Concordemente con l’affermazione di Leopardi, Kant afferma che se «nego soggetto e predicato assieme, non nasce contraddizione, visto che non c’è più nulla con cui entrare in contraddizione».4]

Helle Busacca, Petr Kral

Ecco quello che dice Severino in una recente intervista:

«Nietzsche, a Schopenhauer, a Wagner, e, per quanto riguarda la cultura italiana, a De Sanctis. Nonostante che negli ultimi tempi il pensiero filosofico di Leopardi sia andato incontro ad una consistente rivalutazione, rimaniamo tuttavia ancora ben lontani dal comprendere la sua eccezionale potenza e radicalità. Personalmente, sostengo che si tratti del maggior pensatore della filosofia contemporanea. Leopardi ha infatti posto anticipatamente le basi di quella distruzione della tradizione occidentale che sarà poi continuata e sviluppata – ma non resa più radicale – dai grandi pensatori del nostro tempo, da Nietzsche, da Wittgenstein e da Heidegger.
Purtroppo, si deve riconoscere – pur non volendo ora sottovalutare i meriti di questa attività culturale – che la critica letteraria ha contribuito a mettere in ombra l’importanza filosofica di Leopardi. Il critico letterario si è mosso nelle pagine di Leopardi senza rendersi conto che il loro autore è in un grande colloquio con il pensiero greco, ovvero con la grande tradizione filosofica dell’Occidente».5]

Leopardi nella sua poesia si pone un problema che mai prima di lui nessun altro poeta europeo si era posto, il seguente:

Quale linguaggio adottare per rappresentare il «nuovo» oggetto: la natura?
Quale linguaggio adottare per rappresentare il «nuovo» soggetto scaturito dal fallimento della rivoluzione napoleonica e dal trattato di Versailles (1915)? Questi sono i problemi che la rivoluzione stilistica e lessicale del linguaggio di Leopardi affronta e risolve.

Leopardi mette in atto un linguaggio potentemente metaforico ma di un genere di metafore che non si era mai visto in precedenza nella poesia italiana ed europea, questo linguaggio è costruito attingendo su tutto lo spettro del linguaggio poetico italiano dal Petrarca in giù, ma sottoponendo il linguaggio ad un bagno di essenzialità referenziale come mai si era visto prima.

Forse adesso, dopo due secoli, dopo le tre guerre mondiali e la quarta in atto «a pezzi» (come dice papa Francesco), con migrazioni epocali di interi popoli… soltanto adesso possiamo apprezzare in pieno questo «indebolimento» del linguaggio che Leopardi scopre e mette in opera nei suoi Canti, «indebolimento» che implica un altrettale «indebolimento» del «soggetto» e dell’«oggetto». Quella acutissima percezione che Leopardi ha della «metafisica indebolita», che lui soltanto afferra e possiede nell’Europa del suo tempo… dovremo aspettare Baudelaire per avere un altro poeta che recepisce un altrettale «indebolimento», ma con Baudelaire siamo in un diverso contesto culturale: c’è il nuovo fenomeno del capitalismo e della forma-merce che invade la città di Parigi. Nella poesia di Leopardi si è alle prese con l’ente; il «non-nulla» è qualcosa di eminentemente enigmatico, paradossale, debole, periclitante, oscillante.

Ed ecco un altro punto importantissimo che Leopardi affronta e risolve nello Zibaldone: Quale linguaggio deve adottare la filosofia per spingersi in prossimità del fenomeno della soggettività ed esprimerlo, così, in tutta la sua radicale complessità? Per la prima volta dopo Descartes il concetto di «soggetto» entra in crisi irreversibile.

Dopo il 1830 Leopardi prende posizione chiarissima in favore del progresso tecnologico contro gli spiritualisti reazionari che lo tacciavano negativamente. Leopardi è un materialista. Il suo concetto di natura è palesemente ostile alla teologia cristiana ed è rivolto contro tutte le filosofie spiritualistiche e metafisiche del suo tempo. Leopardi si fa beffe di quella filosofia spicciola che prevede una provvidenza divina e una teleologia divina. Scrive, infatti: «Il grandissimo e incontrastabile beneficio della rinata civiltà e del risorgimento de’ lumi si è di averci liberato da quello stato egualmente lontano dalla coltura e dalla natura proprio de’ tempi bassi, cioè di tempi corrottissimi… Da questo stato ci ha liberati la civiltà moderna; da questo, di cui sono ancora grandissime le reliquie, ci vanno liberando sempre più i suoi progressi giornalieri; da’ suoi effetti e da’ suoi avanzi e dalle opinioni che li favoriscono procura e sforzasi di liberarci la nuova filosofia nata, si può dire, non ancor sono due secoli…».6]

Nel famoso passo della Ginestra contro il secolo «superbo e sciocco», l’invettiva è indirizzata contro le tesi filosofiche e politiche le quali vorrebbero annichilire i grandiosi risultati del pensiero laico e delle conquiste scientifiche. Leopardi è un sensista materialista nel senso più pieno e rigoroso della parola, non ha alcun seme di «pessimismo», come scioccamente è stato appellato dal Croce e dai suoi timidi seguaci.

La grandezza di Leopardi maturo sta nel suo andare alla radice dei problemi ontologici, si direbbe oggi, dell’uomo e della società del suo tempo. Indagando sulla «natura» e sulla «infelicità» degli uomini egli giunge a ripudiare il cristianesimo come religione basata sulla credulità delle masse e su un bisogno religioso, e quindi disponibile a tollerare una organizzazione dispotica del mondo. La poesia del Leopardi sarà sempre di più caratterizzata da una riflessione argomentante sull’ente uomo e sul suo destino di infelicità.

In termini moderni, Leopardi farà una poesia che è riflessione argomentante sull’ente. Leopardi è il primo poeta europeo che non divaga, mette a fuoco questo problema in tutte le sue poesie, dal periodo giovanile a quella della maturità, e sempre con maggiore complessità di argomentazione poetica.

Non dimentichiamo come Leopardi liquida il Monti: poeta dell’orecchio e del cuore… E poi sarebbe ora di finirla con coloro che ripetono a macchinetta la tesi di un Leopardi prosecutore del linguaggio petrarchesco: nulla di più superficiale ed errato. Leopardi considerava con molta distanza l’operazione delle Rime del Petrarca, e la sua distanza emerge tutta quanta nella famosa prefazione che il recanatese scrisse nel 1839 per una nuova edizione delle Rime per Passigli. Scrive Leopardi:

«Ancora l’ordine dei componimenti del Petrarca sarebbe corretto in molta parte, e quello che è più, la forza intima e la propria e viva natura loro, credo che verrebbero in una luce e che apparirebbero in un aspetto nuovo, se potessi scrivere la storia, dell’amore del Petrarca conforme al concetto della medesima che ho nella mente: la quale storia, narrata dal poeta nelle sue Rime, non è stata fin qui da nessuno intesa né conosciuta come pare a me che ella si possa intendere e conoscere, adoperando a questo effetto non altra scienza che quella delle passioni e dei costumi degli uomini e delle donne. E tale storia, così scritta come io vorrei, stimo che sarebbe non meno piacevole a leggere e più utile che un romanzo».7]

 

1] G. Leopardi, Operette morali, ed. Garzanti, Milano 1984, p 129
2] G. Leopardi, Zibaldone di pensieri, ed. Mondadori, Milano 1990, vol. I, p. 71.
3] E. Severino, Il nulla e la poesia. Alla fine dell’età della tecnica: Leopardi, ed. Rizzoli, Milano 1990, pp. 38,39.
4] I Kant Critica della ragion pura trad. it. TEA, 2000, p. 444
5] http://www.emsf.rai.it/articoli/articoli.asp?d=36

6] Tutte le opere a cura di Francesco Flora, Mondadori, Poesie e Prose, II, pp.578, 579
7] cit in Bruno Biral La posizione storica di Giacomo Leopardi, Einaudi, 1987, pp. 265,66

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CECITA’

Che ci sono occhi che non sanno vedere
non è vero.
Si sono assentati.

Feriti da troppa luce
correndo vanno come puledri
per le praterie della notte.

Sulla via del ritorno
le costellazioni recitando
a mente a mente.

(da: Inconsapevoli viaggi – 2007)

Gino Rago sul Novecento poetico italiano, lo spirito del ’45, post-ermetismo, avanguardie, sperimentalismo, Sanguineti, Pasolini, Gruppo 63, anti-opera con un Appunto di Giorgio Linguaglossa, Giorgia Stecher e il rapporto con la Tradizione novecentesca

1 aprile 2019 alle 12:06

In una delle sue prime poesie, “Meditazione”, nella sezione che apre il Canzoniere intitolata “Poesie dell’adolescenza e giovanili”, Umberto Saba definisce qualcosa che somiglia a un metodo e a un modo di stare e di sentire il mondo, e con lingua antimodernista e antinovecentista li dichiara:

Sfuma il turchino in un azzurro tutto
stelle. Io siedo alla finestra, e guardo.
Guardo e ascolto; però che in questo è tutta
la mia forza: guardare ed ascoltare

Guardare e ascoltare cui mi pare che Giorgia Stecher aggiunga il commento e la confessione. Così questi versi, da quello che nel suo ottimo complesso di meditazioni Marisa Armato dice “Il mondo di Giorgia Stecher”, giungono in maniera diretta alla lettura di chi di ad essi si approssima. Sicché mondo del poeta e mondo del lettore si compenetrano, fino a fondersi.

Giorgia Stecher mi pare che abbassi il suo cielo al nostro. E come Saba, anche la Stecher forse non amava dire ‘lettore’ ma ‘uomo’, non soleva dire ‘lettrice’ ma donna, chi riceveva il dono della icasticità della sua scrittura, la scrittura d’una poesia sabianamente onesta, come ad esempio onesti sentiamo questi versi:

Quel platano son io, tutte le donne siamo:
da quell’esiguo spazio in cui ci hanno costretto
a più liberi cieli proteso il superstite ramo…

I quali, come gli altri versi della Stecher, non si comprendono se non ci lasciamo alle spalle, se non mettiamo da parte tutti gli “ismi” che hanno attraversato il ‘900 poetico italiano.

Ben venga l’evento che ci annuncia l’amico Linguaglossa della ri-edizione di tutte le poesie di questa voce poetica troppo presto “salita in punta di piedi… sull’ultimo treno senza binari…”, come ha saputo dire Marisa Armato, nella sua metafora che mi ha commosso.

(Tragicamente intensi i versi del testamento umano e poetico della Stecher per Giulia Perroni, un privilegio, sì, ma anche una responsabilità il cui peso ideologico-estetico-morale può anche schiacciare la destinataria…).

Anna Ventura

1 aprile 2019 alle 16:53

Le sensazioni che possono essere suscitate nel lettore dalla poesia di Giorgia Stecher non possono essere contenute in un discorso breve;solo un’analisi approfondita può sperare di accedere ai recessi di un’anima tanto complessa e tormentata,analisi che farò volentieri ,se ne avrò il tempo e la forza. Le “grevi signore” che uccidono la bellezza del mondo sono dovunque, anche in versione maschile; liberarsene è impresa non facile,ma,comunque, sempre opportuna:anzi, necessaria.

Lucio Mayoor Tosi

1 aprile 2019 alle 17:44

Se il ‘900 si chiude con una poesia piena di senso – non di speranzoso o nostalgico realismo – allora preferisco questa compagnia. Perché a me il senso manca e, penso, se mi do da fare, magari sparirà del tutto; del senso resterà la sequenza degli incastri. Ma la compagnia è piacevole, e buona l’impressione della Stecher poeta che mi sembra nel linguaggio invitante, per come vi scorre l’esperienza e finalmente la concretezza. Per me un monito, per la strada intrapresa, che sento vuota e priva di ostacoli; che poi stanno nel ragionare; in poesia l’insieme dei fattori privilegiati.

Gino Rago Caffè-San-Marco-di-Trieste

Gino Rago

Novecento poetico italiano/10

Conversazione al “Caffè Sciascia” di Via Cola di Rienzo con una ricercatrice di Italianistica della Sapienza

(lo spirito del ’45, post-ermetismo, avanguardie, sperimentalismo)

Domanda:

L’Italia e l’Europa fra cumuli di macerie morali e materiali arrivano al 1945… In poesia, nella storia del nostro Novecento poetico, quali secondo i Suoi studi e le Sue ricerche, i fenomeni più significativi?

Risposta:

Entrando nel vivo della questione che Lei mi pone con la Sua domanda direi che finisce l’ermetismo, vale a dire quella poetica diffusa che si impose come poetica della parola tipicamente modernista e novecentesca.

Domanda:

E comincia il dopo ermetismo, il dopo di quella radice del Simbolismo europeo del secondo Ottocento

Risposta:

Dopo l’ermetismo, il 1945 impose in Italia e in tutta Europa il dovere di un nuovo impegno politico, estetico e morale anche in Letteratura, anche se non si trattò della nascita dalle macerie né di una nuova teoria della poesia, né di una ideologia letteraria nuova

Domanda:

Si affaccia in poesia il neorealismo.

Risposta:

Sì è vero. Ma se nella prosa, nel romanzo e soprattutto nel cinema il neorealismo aveva un senso, non ne aveva molto in poesia.

Domanda:

Perché? Può articolare chiaramente questo Suo pensiero rispetto a un clima postbellico di elevata consapevolezza anche politica?

Risposta:

La consapevolezza socio-politico-civile del dopo 1945 spingeva anche i poeti verso la necessità di un “parlare chiaro” per poter parlare soprattutto a un ben più ampio numero di lettori. Ma questa nuova e forte consapevolezza non prescriveva nessun codice stilistico particolare…

Domanda:

E quello che diffusamente ancora viene indicato come “spirito del ‘45”?

Risposta:

Direi che questa nuova energia che nello spirito del ’45 si è espressa ha determinato molti fenomeni culturali nuovi, penso alla nascita in Francia di “Les Temps Modernes” di Sartre, ma penso anche alla nascita in Italia di “Il Politecnico” di Vittorini, affiancato da Fortini, verso i due grandi traguardi di quello spirito del ’45: rifondare la cultura nel suo rapporto con la società ed elaborare una idea nuova del ruolo “pubblico” di scrittori, artisti e intellettuali.

Domanda:

E in poesia, in Italia, si avvertivano già i segni di una parola poetica post-ermetica…

Risposta:

Quanto alla poesia, potrei dire che c’era posto per svariati modelli e potrei citare quello del surrealismo libertario di Eluard, quello del materialismo dialettico di Brecht, quello del moralismo sociale inglese di Auden e di Eliot, o anche quello degli antifranchisti e antifascisti Lorca e Vallejo cui si aggiunge Neruda nel suo passaggio in Europa.

In tali scenari potrei affermare che in Italia il primo bersaglio fu proprio l’ermetismo e la durissima polemica che si sviluppò nello spirito del’45 mise sotto processo l’idea ermetica di “poesia-pura” e il suo stile cifrato, allusivo, ipermetaforico (lo stesso Quasimodo da “ermetico” dopo il ’45 lo ritroviamo “impegnato” e non furono risparmiati nemmeno gli Ungaretti e i Montale…ermetici).

Domanda:

Lungo questo percorso che sviluppa in poesia nello spirito del ’45, il Novecento poetico italiano va verso nuove ideologie letterarie

Risposta:

Direi che una svolta, forse la prima vera svolta poetica italiana postbellica, si registra verso il finire degli anni ’50 e faccio 2 nomi: Pasolini e Sanguineti

Domanda:

Il che significa che dovremmo considerare ruoli e valenze delle riviste letterarie nella storia del nostro ‘900 poetico postbellico

Risposta:

Ha ragione, soprattutto se ricordiamo Officina, Il Menabò, Il Verri…

E quel laboratorio eclettico e internazionale direi permanente di scienze umane, di filosofia,di teorie estetiche dovuto alle riviste attraversò e caratterizzò tutti gli anni ’60 italiani

Domanda:

Pasolini, o sperimentalismo, neoavanguardia o Sanguineti, verso l’azione modernizzatrice volta contro il provincialismo del letterato italiano di quegli anni…

Risposta:

C’è un fondo di verità in questa Sua domanda, ma cominceremmo a preparare il terreno ad altri fenomeni direi decisivi di quell’epoca post ’45…

Domanda:

Ad esempio, la formazione a Palermo del gruppo 63…

Risposta:

Il Gruppo 63, certo ma ci porterebbe lontano…

Non posso dedicare alla nostra conversazione altro tempo, devo raggiungere il Preside di Facoltà per guardare insieme le bozze del mio lavoro di ricerca sulla poesia di Amelia Rosselli e devo prendere la metro a Ottaviano…

Gino Rago

Novecento poetico italiano/11

Brevissima conversazione al Caffè Vergnano in Via Pietro Giordani, Roma, con la stessa ricercatrice di Italianistica della Sapienza

(Sanguineti, Pasolini, Gruppo 63, anti-opera)

Domanda:

Ci lasciammo alla fine della nostra precedente conversazione al Caffè Sciascia con questi nomi: Pasolini e Sanguineti

Risposta:

Potrei in buona sintesi affermare che Pasolini adottò come riferimenti politici e culturali gli scritti di Gramsci e giunse a un suo sperimentalismo “realistico”

con cui intese correggere la genericità estetica del neorealismo con l’obiettivo dichiarato di mettere in discussione l’idea stessa di realtà e con essa l’idea di una arte poetica basata sul rispecchiamento di quella stessa realtà, benché si trattasse diciamo di “un rispecchiamento dialettico” della realtà stessa;

mentre, sempre in estrema sintesi, la neoavanguardia (Sanguineti, ma non soltanto lui) esordiva con l’apertura di una polemica di modernizzazione contro il (vero o presunto) provincialismo del cosiddetto “letterato italiano”, con ciò in verità riprendendo la battaglia modernizzatrice del Politecnico di quasi 10 anni prima…

Domanda:

Da qui la nascita e l’affermarsi negli anni ’60 di quel laboratorio eclettico di psicologia, sociologia, etno-antropologia, linguistica, filosofia e nuove teorie estetiche, dal respiro internazionale, che approdò al costituirsi a Palermo del gruppo 63

Risposta:

Direi che fu così e aggiungerei che il Gruppo 63 riprende la forza degli schieramenti politico-estetici e la combattività direi dell’autopromozione di gruppo (quasi, bisogna dire, come fu per i futuristi e i surrealisti che avevano già praticato la forza auto promozionale del gruppo…)

Domanda:

Gruppo 63, teorici militanti come Eco e Sanguineti, il successo di questo gruppo fra anni ’60 e ’70…

Risposta:

Sanguineti ed Eco teorici militanti, sì, ma anche scrittori. Ma da soli non sarebbero bastati al successo del gruppo 63…

Domanda:

Lo comprendo bene, ma lo dica Lei, forte come è dei Suoi studi e delle Sue ricerche

Risposta:

Accanto ai due, Sanguineti ed Eco, operarono in una indiscutibile coesione di gruppo altri scrittori e teorici militanti,polemisti ad alta aggressività polemica,autorevoli docenti universitari.

Così alla forza e all’impatto della coesione di gruppo si aggiunse la loro diffusa presenza sia in ambito giornalistico sia in ambito editoriale e per comprenderne la potenza basterebbero i nomi di Ripellino, di Guglielmi, di Manganelli, di Giuliani…

Domanda:

Ma non mancarono le discussioni violente nonostante quella coesione di gruppo…

Risposta:

Ha ragione, né bastò ad evitare la violenza delle discussioni la parola quasi magica che iniziò a circolare nel gruppo:

“anti-opera”, su cui vorrei tornare in una prossima conversazione…

Domanda:

E su programmi-realizzazioni o se Lei vuole sul rapporto dichiarazioni critiche-opere letterarie…

Risposta:

Fu uno dei punti di massimo dibattito e accese polemiche, ma ne potremo riparlare, alla UNITRE di San Paolo mi attende un Ordinario di Storia della letteratura Italiana per un lavoro comune di ricerca…Non posso fare tardi

Giorgio Linguaglossa

Giorgia Stecher e il rapporto con la Tradizione novecentesca

Innanzitutto, do l’annuncio che sto preparando l’edizione di Tutte le poesie di Giorgia Stecher (Messina 1929-Trento 1996) in un volume che vedrà presto la luce con l’Editore Progetto Cultura. Si tratta di un evento importante perché la Stecher insieme a Maria Rosaria Madonna, sono le due poetesse più importanti degli anni Novanta del novecento.

Giorgia Stecher si situa, stilisticamente, nel Moderno, precede appena d’un soffio il postmoderno, nella sua poesia non si rinviene il citazionismo o la tecnica del riuso dei materiali di riporto, caratteri questi che si rinvengono in altri autori posteriori agli anni novanta. Con gli anni novanta si chiude la stagione della poesia del Moderno, ragioni storiche determineranno una svolta nella poesia italiana, svolta nella quale siamo ancora coinvolti in prima persona per prenderne coscienza. La poesia della Stecher è ancora saldamente ancorata all’endecasillabo della tradizione, non v’è nulla che oltrepassa la struttura sonora e fonotimbrica della poesia novecentesca, anche se nell’ultima poesia, quella vergata pochi giorni prima della sua morte, la poesia che reca la dedica «a Giulia» (Perroni), la struttura strofica è palesemente attraversata da tensioni interne che la rendono irregolare e frastagliata. Pochi giorni dopo la Stecher chiuderà gli occhi a mia insaputa che nel frattempo acceleravo la pubblicazione del suo ultimo libro, Altre foto per Album (1996), uno dei capolavori della poesia italiana degli anni novanta.

Nel saggio giovanile Tradizione e talento individuale del 1917 Eliot mette a fuoco il problema con pragmatica chiarezza: «La tradizione non è un patrimonio che si possa tranquillamente ereditare; chi vuole impossessarsene deve conquistarla con grande fatica. Essa esige, anzitutto, che si abbia un buon senso storico». Nella sua opera successiva il poeta inglese annuncia l’esaurimento della modernità.

Una delle caratteristiche principali della post-modernità è la critica alla modernità e il suo oltrepassamento all’indietro: all’idea del «nuovo» e di innovazione ininterrotta della letteratura, subentra l’idea del ri-ciclo e del ri-uso, della citazione, della de-costruzione. Questo è chiaro in molti autori post-moderni oggi inquadrati come neoclassici. Il mondo salvato dai ragazzini(1968) di Elsa Morante è un’opera tipicamente post-moderna, con il libero impiego di vari stili di scrittura di provenienza narrativa che si sovrappongono e si elidono nell’ambito di un discorso poetico ormai vulnerato. Trasumanar e organizzar (1971) di Pasolini segna l’ingresso di un discorso poetico sostanzialmente non dissimile dal discorso giornalistico e narrativo; La Beltà (1968) di Zanzotto è un superlavoro di microcitazioni e di variazioni… siamo arrivati alla summa del Moderno che si autocita e si fagocita. Altre foto per Album (1996) di Giorgia Stecher, opera postume, è una riscrittura del passato attraverso la lente di ingrandimento di alcune fotografie dimenticate nei cassetti di vari comò; il passato viene ripescato e rivissuto mediante vecchie fotografie dimenticate. Incredibile, la vera rivoluzione in poesia la si fa mediante delle fotografie dimenticate in un cassetto, ripescate messe in forma poetica; la vera rivoluzione la fa Maria Rosaria Madonna con Stige del 1992, adesso ripubblicata insieme agli inediti da Progetto Cultura, Stige, Tutte le poesie (1985-2002) con la sua poesia in neolatino, fitta di scalfitture semantiche, ibridazioni lessicali dal tardo latino ieratico e medievale ad un italiano arcaicizzato.

Ormai è chiaro che le rivoluzioni artistiche non si fanno più in avanti ma all’indietro, di lato, ripescando i brandelli e i sintagmi di un mondo trascorso. Auden e Brodskij sono autori tipicamente post-moderni, tornano al ri-uso della metrica tradizionale, la ribasano su un materiale sostanzialmente estraneo e refrattario alla gabbia metrica della tradizione qual è il parlato. Il Moderno, con tutte le sue avanguardie e post-avanguardie, tende a diventare un fenomeno del passato, un circo equestre, un patrimonio amministrato, un museo, mercato, rigatteria, vintage.

Entriamo nel Postmoderno. All’idea del progresso estetico subentra l’idea di un regresso estetico, di una diffusione dell’estetico in tutte le direzioni, fuori dagli ambiti privilegiati e protetti della tradizione stilistica del Moderno. Il nichilismo antitradizionale delle avanguardie è progressivo, tende al futuro, vuole andare sempre oltre e al di là, distrugge il passato per costruire un mondo nuovo, distrugge in quanto c’è ancora un patrimonio da dilapidare e distruggere e c’è anche un mondo nuovo da abitare e conquistare.

Oggi, nelle nuove condizioni del Dopo il Moderno, non c’è più un passato da distruggere, anzi, non c’è più un passato, non c’è più nemmeno alcuno spazio per il Futuro. Le condizioni per stabilire un contatto con la Tradizione sono mutate, oggi occorre una nuova impostazione del problema che tenga conto dell’oblio della memoria e della invasione delle mesoverità e delle ipoverità nella poesia contemporanea.

NELLA CHIUSA DELL’ANIMA

Nella chiusa dell’anima
s’ammucchiano le parole malfatte
dove sgorgano le acque
dell’antica procedura.

Talvolta affiorano in superficie
come talpe alla pianura
– all’improvviso
quando tardi è l’impedimento
il confutarle
con civile dibattimento.

Malati d’ossigeno
siamo schiavi del paesaggio
incatenati alla finestra dell’orizzonte.

Incapaci a scavare
in quell’intima fessura
dove il pensiero spunta
e non ha censura.

(da: Vocianti – 2010)