D’AGGETTIVARE NON E’ PIU’ TEMPO

d’aggettivare non è più tempo
con inutili complementi da réclame:
dietro la sua grata
è sufficiente carezzarla una mano
prima dell’agire badando
perché quando a un’altra poi s’intreccia
come serpi figurano
e dire non sapremo
se è lotta o amore.

(da: LUMINOL – ed. Ensemble, 2018)

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LUMINOL, copertina e postfazione

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Postfazione di Marco Incardona.

Parlare di poesia in forma critica, anche quando si vuole introdurre una raccolta, è sempre compito arduo e complicato. Del resto è proprio il voler trasporre le suggestioni suggerite dal testo poetico a quello “narrativo” a risultare un atto impossibile quanto, per certi versi, brutale. Quanto premesso, vale a maggior ragione per Luminol di Giovanni Abbate, opera dal ventaglio poetico ampio e ricco di sfumature testuali e concettuali. Quarta raccolta poetica pubblicata dall’autore, uscita a otto anni di distanza dall’ultima, appare fin dalle prime poesie, come un testo maturo e compiuto, che colpisce per la sicurezza di linguaggio e per l’accortezza di stile, dispensata goccia a goccia come l’alambicco di un alchimista dalla sapienza antica e misteriosa. Se dovessero essere cercate delle parole per comprendere al meglio il cuore e l’essenza della poesia di Abbate, le migliori sarebbero certamente quelle di Stéphane Mallarmé, poeta che è del resto chiaramente di grande influenza per la poetica dell’autore di origine campana. Scriveva Mallarmé:

Les langues imparfaites en cela que plusieurs, manque la suprême: penser étant écrire sans accessoires, ni chuchotement mais tacite encore l’immortelle parole, la diversité, sur terre, des idiomes empêche personne de proférer les mots qui, sinon se trouveraient, par une frappe unique, elle-même matériellement la vérité. Cette prohibition sévit expresse, dans la nature (on s’y bute avec un sourire) que ne vaille de raison pour se considérer Dieu; mais, sur l’heure, tourné à de l’esthétique, mon sens regrette que le discours défaille à exprimer les objets par des touches y répondant en coloris ou en allure, lesquelles existent dans l’instrument de la voix, parmi les langages et quelquefois chez un. A côté d’ombre, opaque, ténèbres se fonce peu; quelle déception, devant la perversité conférant à jour comme à nuit, contradictoirement, des timbres obscur ici, là clair. Le souhait d’un terme de splendeur brillant, ou qu’il s’éteigne, inverse; quant à des alternatives lumineuses simples – Seulement, sachons n’existerait pas le vers: lui, philosophiquement rémunère le défaut des langues, complément supérieur.

Le lingue sono dunque imperfette, ogni lingua, anche quella “perfetta” sarebbe forse incapace di tradurre esattamente nel linguaggio le cose che appaiono e che compongono il mondo. La verità dunque non esiste come una datità immediata, come un atto evidente che nominando le cose le rende sostanza. Nessuna adaequatio rei et intellectus, e certamente non attraverso il medium del linguaggio, questo è probabilmente il messaggio che Giovanni Abbate e prima di lui Stéphane Mallarmé hanno voluto restituirci con i loro versi. La verità esiste solo come verità relativa e inerente all’essere nel mondo, all’esserci, come avrebbe detto Martin Heidegger. La verità del linguaggio e nel linguaggio è poi solo un atto validativo che si struttura unicamente attraverso uno sforzo ermeneutico indefesso e incessante, senza alcuna preesistenza, che approda dunque a verità in continuo fluire e che dipendono da un punto di vista, anch’esso in continuo mutamento, dal punto di vista storico, sociale e dunque, di conseguenza, anche individuale. Luminol colpisce dunque, proprio per l’estrema maturità di registro e per lo sforzo con cui il poeta ha voluto raccontarci questa visione del mondo, che del resto, coincide immancabilmente con la visione del “suo” mondo alla luce di quanto appena detto. Ogni parola appare misurata, calibrata con estrema accuratezza, come se da essa dipendesse la tenuta d’insieme di tutta la raccolta. Un equilibrio di linguaggio, un’accuratezza di poetica che si compendia, evidentemente, in una conseguente essenzialità dei versi. Mai un aggettivo o un avverbio di troppo, mai una sbavatura stilistica che possa rompere la tensione con il quale il poeta intende proseguire e farci proseguire nel suo viaggio interiore. “Ci prestiamo alla realtà/ nominando le cose/ partecipando a quell’illusione/ con la complicità delle parole/ poi le parole svaniscono/ le dimentichiamo/ le cose rimangono senza veste/ − spogliate”, ci dice il poeta nella sua poesia Prestatori d’opera. Siamo tutti prestatori d’opera perché viviamo e esistiamo nel linguaggio e per questo lo rendiamo tale. Il linguaggio esiste e si modula solo grazie all’apporto incessante e instancabile dei prestatori d’opera che tutti e tutte noi siamo. E del resto in un’altra poesia, il poeta ci svela ancor più consapevolmente il compito immane che la poesia vorrebbe darsi quando pretende non solo di racchiudere l’essenza del linguaggio, ma addirittura spingersi al confine oscuro nel quale il linguaggio palesa la sua incompiutezza. “Quanto è difficile un poeta/ deve ingabbiare il mondo in una parola/ un sostantivo un avverbio meglio sonante/ cercato dietro il velo di un abat-jour./ quanto sono difficili gli occhi/ chiamare le cose per non averne paura” . Ed è la parola gabbia a svelare il muto anelito del poeta verso il silenzio del non dicibile, verso l’oscura coltre del non ancora linguaggio. Il verso si fa quindi essenziale per meglio esaltare i meriti strutturanti della lingua, ma anche e soprattutto, i suoi immancabili limiti. Condizione umana e poetica che diviene di per sé problematica e angosciante, oscillante continuamente tra la consapevolezza di usare uno strumento, il linguaggio che ingabbia il mondo, e il terribile dubbio di non avere “sfortunatamente” strumenti altrettanto efficaci per raccontarlo. Come se solo l’esser coscienti di essere nella gabbia del linguaggio e farne par conséquent un uso consapevole, fosse la sola condizione per potersi lasciarsi suggestionare dall’anelito trascendente verso quello che non è linguaggio e non può esserlo, semplicemente perché per sua essenza non ingabbiabile. È dunque una radura quella che ci propone sapientemente il poeta con questo suo Luminol, una radura che ci spinge al confine tra linguaggio e sua totale assenza, tra canto e silenzio, tra luce e oscurità più angosciante. Questa raccolta ci consegna un consapevole inno alla potenza della poesia e alla sua capacità di penetrare l’essenza del rapportarsi alle cose del mondo che si opera quotidianamente per e nel linguaggio, ma allo stesso tempo la più grande ammissione dei limiti della poesia stessa. Le quattro parti di cui la raccolta si compone: Luminol, Stagionatura, Limese Stanze carsiche, rappresentano le tappe di questo viaggio interiore nel quale Giovanni Abbate non si risparmia, restituendoci con autenticità e misura non solo la sua visione della società e della contemporaneità, ma anche dati biografici e esperienze personali, che nelle raccolte precedenti non erano comparsi e che erano stati diluiti in una visione più generale e neutra. Anche per questo Luminol appare indubitabilmente come l’opera più matura e profonda del poeta, un’opera chiave e fondamentale nel suo percorso artistico e poetico.

Ed è con questa consapevolezza che questa raccolta dovrà essere letta e assaporata verso dopo verso, ripercorrendo lo stesso viaggio interiore del poeta, affiancandolo e possibilmente creandosi parallelamente un proprio viaggio interiore capace di attraversare l’esistenza grazie alla potenza di questi versi raffinati e sempre equilibrati. Un libro importante dunque, che merita di essere letto con attenzione e cura, con molte aspettative inoltre, perché è un libro che può dare molto solo a chi si aspetta molto da esso.

                                                                                                                                  Marco Incardona

 

IL COREUTA DI ARGO

La scena non è più la stessa.

Un tempo fummo folla comunità
cantori necessari di quella spaziosità concessa.
E mai mancava la sottolineatura
perché tutti capissero
quel che la vicenda narrasse
– fosse incesto tradimento o sepoltura.

Vedili ora: un manipolo attrezzati
d’improvvisati recitanti – fondali meccanizzati
microfoni altoparlanti –
sullo scenico palco smisuratamente
persi
nello spazio di quel perimetro. Li vedi
come cercare nel vuoto
le battute da bocca a bocca
saltellando come rospi di vetro.

Più non partecipiamo alla rappresentazione.

Non più preghiera. Appartenenza.
Non più il nostro intercalare
s’ode costante
quell’intermittenza nel dialogo
rassicurante
quell’intromissione…

breve
della coscienza.

 

(da: Vocianti – 2010)