Archivio mensile:febbraio 2015

Lettera a mio padre

(1936 – 2004)

lo so: mi dimentico spesso d’aspettarti
dove l’angolo di terra rammenda le ombre.
la casa dei vivi tuttora è senza porte
non hanno vetri le finestre
e io non posso non udire
il frastuono che penetra le stanze
e mi costringe e mi domanda
ed io stesso a domandarmi: chi per me?

ci trascina la stessa corrente:
nulla cambia. ci trascina come legni di naufragio.
ci aggrappiamo l’un con gli altri
perché la leggerezza dei corpi
non sia preda delle onde rapaci.
per non affondare come i sassi
gettati nello stagno
per vedervi il teatrino dei cerchi.

ma io non temo i fondali.
in me vivono il piacere e le pene dell’anima:
sono colui che canta e colui che impreca.
negli abissi ho veduto forme luccicare
di colori guizzanti e relitti disarcionati
sonnecchianti con il loro viaggio
in un letto di moltitudini.
quando sono riemerso ho scritto poesie.

non l’hai mai saputo.
le tue mani zeppe di croci
e spine di rose m’azzittivano.
allora mi appoggiavo allo stipite
guardando la tua nuca grigia
dal sonno ciondolare dopo il pranzo.
poi di corsa andavi a legare le scocche
nella cenere del Lingotto.

la casa dei vivi è senza porte
e non hanno vetri le finestre.
tutto l’attraversa
senza lasciare odori o impronte
senza un’iscrizione sulla colonna dell’istante.
ma quante volte sul margine dell’insonnia
quante volte io lì mi fermo
ad ascoltare il tuo presente.

(Inedito)

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Scrittori e poeti romeni tradotti in italiano dal 1903

OrizzontiTestatagen

Il progetto «Scrittori romeni in italiano» intende creare un database online comprendente titoli di libri di autori romeni pubblicati in italiano dal 1903 ad oggi, non solo in Italia, ma anche in Romania (in edizioni bilingui). A questo si aggiunge la sezione riguardante gli «Scrittori romeni italofoni (Scrittori migranti)», che vivono e operano in Italia, scrivendo e pubblicando le loro opere in lingua italiana.
È un’iniziativa volta a creare uno strumento operativo centralizzato on line, a tutt’oggi non esistente ma di grande utilità sia agli addetti ai lavori che al più largo pubblico.
Il nostro progetto è realizzato con la diretta collaborazione dei traduttori e dei professori, che ringraziamo per il loro prezioso contributo. Coordinatori del progetto sono Afrodita Carmen Cionchin e Mauro Barindi. Responsabile della centralizzazione dei dati è Mauro Barindi.

http://www.orizonturiculturale.ro/it_database1_Scrittori-romeni-in-italiano.html

Viorel Boldiş

10906250_10205648202315320_8666106564971206660_n Viorel Boldiş, nato a Oradea, nel nord ovest della Transilvania, in Romania, vive e lavora in Italia dal 1995.

Autore di racconti e poesie, ha vinto numerosi premi letterari, fra i quali: Culture a confronto (Brescia 2000 e 2003); Premio Eks&Tra (2005); Penna Nera (2006); finalistaPremio Tindari Patti (2009); Menzione particolare Premio Nosside (2009). Sue poesie sono state pubblicate in varie antologie e riviste.

Ha pubblicato: Da solo nella fossa comune (Gedit Edizioni, 2006); Amir (Sinnos, 2009); Rap…sodie migranti (Centro Studi Tindari Patti, 2009); Il fazzoletto bianco (TopiPittori, 2010); 150 grammi di poesia d’amore (Rediviva Edizioni Milano, 2013). Partecipa a vari seminari sulla letteratura migrante.

*

PREGHIERA

Amore nostro che sei nei cieli,
dai luce alla mia ombra
in questa notte smisurata…
Ed è giunto all’improvviso,
inaspettatamente,
l’amore tuo come un sole.

Amore nostro che sei nei cieli,
dai voce al mio silenzio
nell’ammutolito ventre…
Ed è giunto all’improvviso,
inaspettatamente,
l’amore tuo come un canto.

Amore nostro che sei nei cieli,
assolvi la mia vita
e rallegrI il mio pensiero…
Ed è giunto all’improvviso,
inaspettatamente,
il tuo vivo amore.

(Inedito)

CONFESSIONE

Il mio armadio è vuoto.
Gli scheletri che là giacevano
Li ho raccolti tutti nelle mie poesie.

(Inedito)

IDENTITA’

Pesanti e antiche le mie cattedrali,
Inebriante l’eco delle loro campane,
Strani ritmi, strane voci ancestrali,
Ricordano le terre lontane.

Ed ecco il centro dell’atomo che sono,
Il verbo finito in un angolo acuto
Girando intorno al vostro perdono;
Rimango per sempre assai sconosciuto.

Chi sono quelli che bussano alla porta
E vogliono scoprire il mio mistero?
Seppellendo i nomi divento una sorta
Di rovina, uno strano e antico cimitero.

Qui, dentro il petto, ci sono i parenti,
Negli occhi, le tombe delle mie amanti,
In bocca, nelle fosse al posto dei denti
Giacciono le mummie dei poveri santi.

Alla mattina si chiudono i cancelli,
Il mondo dei sogni svanisce tra i binari,
Ma io resto lì, da solo nei castelli
E nelle cattedrali antiche dei templari.

(da Da solo nella fossa comune, Gedit Edizioni Bologna 2006)

IL MIO NOME

In un angolo,
ritirati nella loro realtà
i poeti mettono
punti e virgole,
dando un nome
a tutte le cose.
E poi li chiamano
una per una
e queste rispondono
alzando una mano,
o un’ala, o un ramo.
«Chi sei tu?»
mi chiesero loro
all’improvviso
mentre cercavo di passare
in punta di piedi.
«Non lo so» risposi
e loro mi chiamarono
fuoco e acqua e luce…
e aria… vento, tempesta…
anima e materia,
tutta la ricchezza del mondo
e la miseria.
«Chi sei tu?»
mi chiesero loro un’altra volta,
ma io non c’ero più!

(da Da solo nella fossa comune, Gedit Edizioni Bologna 2006)

HOMO MIGRANS

mi sposto da un paese all’altro
come il vento
senza chiedere il permesso
non è facile e spesso
mi soffoca il lamento
mi stringe la gola
e taglia il respiro
ma io non mi fermo giro
intorno alle cose
scrivo le mie poesie
magnifiche schifose
ehi tu marie
perdona le mie eresie
e tutte le stronzate
del poeta plebeo
che si ricorda ancora
le ragazze spogliate
nella palestra del liceo
sono vecchio ormai
e non mi sposto più
può darsi chiederò
la cittadinanza
ho tutti i diritti
ho anche una pagina
su «letterranza»
e ogni tanto si parla di me
come poeta migrante
e mi chiedo
cazzo se mi fermo
tutto finirà in un istante?

(da Rap… sodie migranti, Centro Studi «Tindari Patti» Patti 2009)

CON OGNI POESIA

Io muoio
con ogni poesia
un po’ di più,
con ogni lacrima
al posto di un punto
mi avvicino al Verbo,
agli Inizi.
Cammino
tra parole e indizi,
defunto
segno di domanda
di questo mondo
futile, acerbo.
Io muoio
con ogni poesia
un po’ di più,
con ogni verso
finito sulla croce,
però,
rinasco ancora
quando tu
mi leggi la sera
sottovoce.

(da 150 grammi di poesia d’amore, Rediviva Edizioni Milano 2013)


Tudor Arghezi

Tudor-Arghezi-comemorazione Tudor Arghezi (21 maggio 1880, Bucarest – 14 luglio 1967, Bucarest) è stato un poeta, romanziere e giornalista romeno. Ha scritto poesia, teatro, prosa e racconti per bambini.

Dopo aver terminato il liceo “Sfantul Sava” di Bucarest, Arghezi si trasferisce a Ginevra, dove scrive poesie, frequentando corsi universitari. Ritornando in Romania inizia a pubblicare versi, opuscoli e diversi articoli polemici.
Nel 1918, durante la realizzazione della Grande Romania, è stato chiuso per due anni in prigione, a Vacaresti, insieme ad altri 11 giornalisti e scrittori,  venne accusato di tradimento, perché si era pronunciato per la neutralità della Romania.
Nel 1927 appare il suo primo libro di poesie “Accordi di parole “e nel 1928, sotto la sua direzione esce il giornale “Biglietti di pappagallo”. Nello stesso anno pubblica il volume di prosa per i bambini “Il libro giocattolo” e i libretti di poesie “Fiori di muffa” e “La porta nera”, dove racconta gli anni di detenzione. Altri volumi di poesia pubblicati: “Libriccino per la sera”, 1935; “Girotondo”, 1939; “Canto all’uomo”, 1956; “Foglie”, 1961; “Buon giorno primavera”, 1965; “Ritmi”, 1966 e opere in prosa pubblicate: “Icone su legno”,1930; “Cimitero dell’Annunciazione”, 1936; “Pagine del passato”, 1955; “Mondo vecchio Mondo nuovo”, 1956; “Con un bastone da passeggio attraverso Bucarest”, 1961.
Nel 1943, sotto il titolo del quotidiano ”Biglietti di pappagallo” pubblica un pamphlet antifascista intitolato “Il barone”, attaccando l’ambasciatore tedesco von Kilinger. Il giornale verrà chiuso dalla censura e lo scrittore sarà incarcerato per un anno in prigione a Bucarest e Targu Jiu.
Nel 1948 Arghezi si ritirerà dalla vita pubblica, nella sua casa a Martisor.
Per la sua notevole attività letteraria gli sono stati assegnati vari premi, tra cui il Premio Internazionale Johann Gottfried von Herder e il Premio Nazionale per la Poesia.

Tudor Arghezi ha rivoluzionato il linguaggio poetico e ha creato una nuova “bruttezza estetica “ con la quale ha cercato di evidenziare le imperfezioni della vita, scriveva:” Ho fatto dagli stracci dei boccioli e delle corona,/Il veleno stinto l’ ho cambiato in miele/Lasciando tutto il suo dolce potere”.Nel volume di poesia “Fiori di muffa” presenta la visione esatta dall’inferno vissuto in galera, dove era costretto a sopprimere la sua grande sete di comunicazione. Qui l’autore ha trovato la capacità di trasformare un’espressione macabra e scioccante in raffinatezza, le cose brutte e triviali in soavità e bellezza: “Dalle piaghe, dalla muffa e dal fango /Ho schiuso bellezze e nuovi valori.”Nella poesia “Testamento” c’è il suo credo artistico. Il “Testamento” più prezioso del poeta che lascia a suo figlio, è un accumulo di ricchezze spirituali, radunate con tanto sforzo, di generazione in generazione: ”Non ti lascerò averi, alla mia morte/Un nome accolto su un libro hai in sorte”.Nelle sue poesie d’amore, Arghezi coglie quel sentimento indefinito e ineffabile di mistero, che fa innamorare e che cambia l’anima dandogli un nuovo profilo esistenziale, ma anche un senso di transitorietà. La donna è una dolce musica, e una sinfonia vibrante della vita: “una canzone di violino che dorme tacita”.

“Una parola nomina l’altra parola,la mette in moto, un’altra parola gli porta la luce. Una parola pesa un milligrammo e l’altra parola può pesare il peso della montagna rovesciata dalle fondamenta e annegata in quattro sillabe. Parole come fiocchi, parole come aria, parole come metallo. Parole scure come le grotte e parole limpide come le sorgenti che partono da loro. In una parola si genera l’alba e altre parole fanno calare la sera”-tratta dal libro “Parole appropriate”

(Articolo e traduzioni citazioni dal romeno di Alina Breje, pubblicato su Actualitatea magazin)

*

FIORI DI MUFFA

Li ho scritti sull’intonaco con l’unghia
sul fondo d’una nicchia vuota,
al buio, in solitudine,
con le forze non sorrette
né dal toro, né dal leone, né dall’aquila
che lavorarono intorno
a Luca, a Marco e a Giovanni.
Sono versi senza data,
versi di fossa,
di sete d’acqua
e di fame di cenere,
i versi di ora.
Quando l’unghia d’angelo s’è logorata
l’ho lasciata crescere
e non è più cresciuta –
o non l’ho più riconosciuta.

Era buio. Fuori, la pioggia batteva lontana.
La mia mano dolorava come artiglio
impotente a ritrarsi.
E mi sono sforzato di scrivere con le unghie della mano sinistra.

(Traduzione di Marco Cugno: Tudor Arghezi, Accordi di Parole, Einaudi, 1972.)