Tudor Arghezi

Tudor-Arghezi-comemorazione Tudor Arghezi (21 maggio 1880, Bucarest – 14 luglio 1967, Bucarest) è stato un poeta, romanziere e giornalista romeno. Ha scritto poesia, teatro, prosa e racconti per bambini.

Dopo aver terminato il liceo “Sfantul Sava” di Bucarest, Arghezi si trasferisce a Ginevra, dove scrive poesie, frequentando corsi universitari. Ritornando in Romania inizia a pubblicare versi, opuscoli e diversi articoli polemici.
Nel 1918, durante la realizzazione della Grande Romania, è stato chiuso per due anni in prigione, a Vacaresti, insieme ad altri 11 giornalisti e scrittori,  venne accusato di tradimento, perché si era pronunciato per la neutralità della Romania.
Nel 1927 appare il suo primo libro di poesie “Accordi di parole “e nel 1928, sotto la sua direzione esce il giornale “Biglietti di pappagallo”. Nello stesso anno pubblica il volume di prosa per i bambini “Il libro giocattolo” e i libretti di poesie “Fiori di muffa” e “La porta nera”, dove racconta gli anni di detenzione. Altri volumi di poesia pubblicati: “Libriccino per la sera”, 1935; “Girotondo”, 1939; “Canto all’uomo”, 1956; “Foglie”, 1961; “Buon giorno primavera”, 1965; “Ritmi”, 1966 e opere in prosa pubblicate: “Icone su legno”,1930; “Cimitero dell’Annunciazione”, 1936; “Pagine del passato”, 1955; “Mondo vecchio Mondo nuovo”, 1956; “Con un bastone da passeggio attraverso Bucarest”, 1961.
Nel 1943, sotto il titolo del quotidiano ”Biglietti di pappagallo” pubblica un pamphlet antifascista intitolato “Il barone”, attaccando l’ambasciatore tedesco von Kilinger. Il giornale verrà chiuso dalla censura e lo scrittore sarà incarcerato per un anno in prigione a Bucarest e Targu Jiu.
Nel 1948 Arghezi si ritirerà dalla vita pubblica, nella sua casa a Martisor.
Per la sua notevole attività letteraria gli sono stati assegnati vari premi, tra cui il Premio Internazionale Johann Gottfried von Herder e il Premio Nazionale per la Poesia.

Tudor Arghezi ha rivoluzionato il linguaggio poetico e ha creato una nuova “bruttezza estetica “ con la quale ha cercato di evidenziare le imperfezioni della vita, scriveva:” Ho fatto dagli stracci dei boccioli e delle corona,/Il veleno stinto l’ ho cambiato in miele/Lasciando tutto il suo dolce potere”.Nel volume di poesia “Fiori di muffa” presenta la visione esatta dall’inferno vissuto in galera, dove era costretto a sopprimere la sua grande sete di comunicazione. Qui l’autore ha trovato la capacità di trasformare un’espressione macabra e scioccante in raffinatezza, le cose brutte e triviali in soavità e bellezza: “Dalle piaghe, dalla muffa e dal fango /Ho schiuso bellezze e nuovi valori.”Nella poesia “Testamento” c’è il suo credo artistico. Il “Testamento” più prezioso del poeta che lascia a suo figlio, è un accumulo di ricchezze spirituali, radunate con tanto sforzo, di generazione in generazione: ”Non ti lascerò averi, alla mia morte/Un nome accolto su un libro hai in sorte”.Nelle sue poesie d’amore, Arghezi coglie quel sentimento indefinito e ineffabile di mistero, che fa innamorare e che cambia l’anima dandogli un nuovo profilo esistenziale, ma anche un senso di transitorietà. La donna è una dolce musica, e una sinfonia vibrante della vita: “una canzone di violino che dorme tacita”.

“Una parola nomina l’altra parola,la mette in moto, un’altra parola gli porta la luce. Una parola pesa un milligrammo e l’altra parola può pesare il peso della montagna rovesciata dalle fondamenta e annegata in quattro sillabe. Parole come fiocchi, parole come aria, parole come metallo. Parole scure come le grotte e parole limpide come le sorgenti che partono da loro. In una parola si genera l’alba e altre parole fanno calare la sera”-tratta dal libro “Parole appropriate”

(Articolo e traduzioni citazioni dal romeno di Alina Breje, pubblicato su Actualitatea magazin)

*

FIORI DI MUFFA

Li ho scritti sull’intonaco con l’unghia
sul fondo d’una nicchia vuota,
al buio, in solitudine,
con le forze non sorrette
né dal toro, né dal leone, né dall’aquila
che lavorarono intorno
a Luca, a Marco e a Giovanni.
Sono versi senza data,
versi di fossa,
di sete d’acqua
e di fame di cenere,
i versi di ora.
Quando l’unghia d’angelo s’è logorata
l’ho lasciata crescere
e non è più cresciuta –
o non l’ho più riconosciuta.

Era buio. Fuori, la pioggia batteva lontana.
La mia mano dolorava come artiglio
impotente a ritrarsi.
E mi sono sforzato di scrivere con le unghie della mano sinistra.

(Traduzione di Marco Cugno: Tudor Arghezi, Accordi di Parole, Einaudi, 1972.)

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