Lettera a mio padre

(1936 – 2004)

lo so: mi dimentico spesso d’aspettarti
dove l’angolo di terra rammenda le ombre.
la casa dei vivi tuttora è senza porte
non hanno vetri le finestre
e io non posso non udire
il frastuono che penetra le stanze
e mi costringe e mi domanda
ed io stesso a domandarmi: chi per me?

ci trascina la stessa corrente:
nulla cambia. ci trascina come legni di naufragio.
ci aggrappiamo l’un con gli altri
perché la leggerezza dei corpi
non sia preda delle onde rapaci.
per non affondare come i sassi
gettati nello stagno
per vedervi il teatrino dei cerchi.

ma io non temo i fondali.
in me vivono il piacere e le pene dell’anima:
sono colui che canta e colui che impreca.
negli abissi ho veduto forme luccicare
di colori guizzanti e relitti disarcionati
sonnecchianti con il loro viaggio
in un letto di moltitudini.
quando sono riemerso ho scritto poesie.

non l’hai mai saputo.
le tue mani zeppe di croci
e spine di rose m’azzittivano.
allora mi appoggiavo allo stipite
guardando la tua nuca grigia
dal sonno ciondolare dopo il pranzo.
poi di corsa andavi a legare le scocche
nella cenere del Lingotto.

la casa dei vivi è senza porte
e non hanno vetri le finestre.
tutto l’attraversa
senza lasciare odori o impronte
senza un’iscrizione sulla colonna dell’istante.
ma quante volte sul margine dell’insonnia
quante volte io lì mi fermo
ad ascoltare il tuo presente.

(Inedito)

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