Archivio mensile:marzo 2015

Sulla parola

La parola è impotente… lo hanno asserito in tanti, da Ungaretti a Caproni, per quest’ultimo essa è addirittura una mistificatrice della realtà. Va da sé, che è anche l’unico “mezzo” che possediamo per confrontarci con i nostri simili e tentare di costruire il mondo.
Anche la poesia fa uso di parole, ma la parola poetica, diversamente dalle altre, ha una genesi e un fine che la rendono straordinaria, in quanto la parola poetica non dice, e non deve dire, aggiungo io con fermezza. Nella sua indeterminatezza sta la sua forza, e le coscienze, proprio per questo, in ogni tempo ne sono misteriosamente scosse come fa il vento con le spighe di grano.

Bertolt Brecht: contro l’approvazione del mondo, poesie da leggere ad Atene

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(foto: Mimmo Paladino, “Brecht”, 2005 collezione dell’autore)

Una nuova antologia delle liriche, a cura di Alberto Asor Rosa, da Einaudi. Di nuovo, oggi, «quelli che stanno in alto si sono riuniti in una stanza»: questa semplice realtà restituisce Bertolt Brecht al tempo presente

Del povero Ber­tolt Bre­cht ormai da tempo si sente poco par­lare. Quasi fosse rima­sto sepolto sotto ai cal­ci­nacci del muro di Ber­lino, edi­fi­cato quat­tro anni dopo la sua morte, e alle mace­rie della tra­gica sto­ria di cui quella cor­tina era stata tra i più lugu­bri risul­tati. Pro­prio lui che, nel 1953, allor­ché Wal­ter Ulbri­cht decise di festeg­giare il suo com­pleanno abbas­sando i salari ope­rai e spin­gendo così i lavo­ra­tori ber­li­nesi alla rivolta, aveva iro­ni­ca­mente pro­no­sti­cato che se il governo non avesse sciolto il popolo per eleg­gerne un altro (La solu­zione, pub­bli­cata postuma nel ’64), lo «stato degli ope­rai e dei con­ta­dini» sarebbe pre­sto finito in malora. A pochi anni dalla cata­strofe del nazi­smo e del con­flitto mon­diale, in un paese ancora deva­stato e in bilico sulla fron­tiera della guerra fredda, non era facile indi­care un «nemico di classe» che sven­to­lasse falci, mar­telli e ban­diere rosse. Quando tra il ’36 e il ’37 il poeta di Augu­sta aveva scritto: «Quelli che stanno in alto / si sono riu­niti in una stanza./ Uomo della strada / lascia ogni spe­ranza», un rivo­lu­zio­na­rio tede­sco alle prese con gli sgherri di Hitler avrebbe fati­cato a imma­gi­nare che quella stanza avrebbe anche potuto essere quella del comi­tato cen­trale del Par­tito. Fatto sta che nel terzo mil­len­nio die Obe­ren, quelli che stanno in alto, tor­nano a riu­nirsi nelle loro stanze, que­sta volta quelle della Bce, dell’Fmi e della Com­mis­sione euro­pea, per togliere spe­ranza e futuro a milioni di per­sone. Cosic­ché non ci sarebbe da stu­pirsi se Bre­cht dovesse ritro­vare nell’Atene affa­mata dall’austerità nuovi appas­sio­nati let­tori. Pochi ricor­dano che il ter­mine Tro­jka, con cui oggi si desi­gna la gover­nance finan­zia­ria, la sua arro­ganza e il suo piglio auto­ri­ta­rio, fu coniato per indi­care il ter­zetto (Brez­nev, Kos­si­gin, Pod­gornj) che prese le redini dell’impero sovie­tico dopo la caduta di Kru­scev. Tal­volta la sto­ria delle parole rivela paren­tele dav­vero poco pre­sen­ta­bili quanto al comune odio per la demo­cra­zia.
Dun­que il basso e l’alto, la distanza side­rale tra gover­nanti e gover­nati, tra ric­chi e poveri, tra fame e abbon­danza, tra sfrut­tati e sfrut­ta­tori, tra pri­vi­le­gio e depri­va­zione, tra egoi­smo e soli­da­rietà, que­ste le oppo­si­zioni che attra­ver­sano tutta l’opera poe­tica e tea­trale di Bre­cht, il suo «punto di vista», la sua presa di posi­zione par­ti­giana, come sot­to­li­nea Alberto Asor Rosa nella intro­du­zione a una nuova anto­lo­gia della poe­sia bre­ch­tiana (Poe­sie poli­ti­che, pp. 294, <SC82,101> 12,00) che torna in libre­ria per i tipi di Einaudi dopo un lungo e imme­ri­tato periodo di latenza. Un punto di vista che resti­tui­sce senso alle parole e agli acca­di­menti. Quel «senso» che, scrive Asor Rosa, tra attori sociali e con­te­sti com­ple­ta­mente mutati, resti­tui­sce Bre­cht alla «con­tem­po­ra­neità». La scelta di campo tra quelle oppo­si­zioni per lungo tempo è stata asso­ciata con quanto, su per giù, più o meno e pres­sa­poco abbiamo chia­mato comu­ni­smo. E cosa que­sta parola avesse rap­pre­sen­tato dal 1848 fino a buona parte del Nove­cento per milioni di uomini e di donne, i versi di Bre­cht, pro­prio quelli più dida­sca­lici e mili­tanti, ce lo spie­gano nel modo più vivido e imme­diato. Nes­suna sapiente rico­stru­zione sto­rio­gra­fica ci riu­sci­rebbe altret­tanto bene. Di suo, poi, alla «lode del comu­ni­smo», Bre­cht aveva aggiunto quell’«elogio del dub­bio», quell’invito a pen­sare con la pro­pria testa che i regimi socia­li­sti avreb­bero prov­ve­duto a tra­sfor­mare in un cri­mine.
Nel gergo della con­tem­po­ra­neità, dal movi­mento alter­mon­dia­li­sta agli indi­gna­dos e occupy, da Syriza a Pode­mos, la sequenza di que­ste oppo­si­zioni con­ti­nua a segnare l’esperienza dei più, ad ali­men­tarne la rab­bia e la per­ce­zione dell’ingiustizia subita. Ma le parole della rivo­lu­zione comu­ni­sta non sono più in grado di con­te­nerla. Nem­meno la più gene­rica e stra­paz­zata «sini­stra» lo è. Pablo Igle­sias sostiene che sotto quelle ban­diere non riu­sci­rebbe a inter­lo­quire con qual­cuno che ha avuto il nonno fuci­lato dai «rossi» durante la guerra civile e, dun­que, se lo si vuole con­qui­stare alla causa della giu­sti­zia sociale, biso­gnerà ser­virsi di altre parole. E la ten­denza sem­bra dar­gli ragione. Bre­cht, tut­ta­via, avrebbe pen­sato che se lo era meri­tato, il nonno. Del resto l’uomo buono e leale (ma verso chi?), sug­ge­riva di fuci­larlo con un buon fucile davanti a un buon muro. La parte sba­gliata era irri­me­dia­bil­mente sba­gliata. Lo è ancora, qua­lun­que sia il nome che gli si voglia dare e comun­que si intenda tutto anne­gare nelle ipo­crite reto­ri­che dell’unità nazio­nale.
Eppure li aveva descritti con più iro­nica com­mi­se­ra­zione che con odio quelli caduti nell’inganno. Che, per fame, per fru­stra­zione, per paura, per con­ve­nienza, dalla parte sba­gliata si erano schie­rati: i vitelli in gio­iosa mar­cia verso il mat­ta­toio. Pochi hanno saputo descri­vere l’ascesa del fasci­smo, il suo seguito popo­lare, l’opportunismo tacito che lo ha tol­le­rato o blan­dito, come ha saputo fare Bre­cht: «Non sono ingiu­sto, ma nem­meno prode,/ quest’oggi il loro mondo mi han mostrato, / e quando ho visto il san­gue sopra il dito, / ho detto, sì, lo trovo di mio gusto». È la prima strofa della Bal­lata sull’approvazione del mondo, nella quale pos­siamo leg­gere uno straor­di­na­rio cata­logo dei motivi di com­pli­cità con il fasci­smo, di meschina, incon­sa­pe­vole cat­ti­ve­ria, di ser­vile accon­di­scen­denza verso il potere di turno. Cata­logo al quale con­ver­rebbe pre­stare orec­chio in un tempo in cui xeno­fo­bia e nazio­na­li­smo, poli­ti­che iden­ti­ta­rie e nuove pul­sioni auto­ri­ta­rie tor­nano a mar­ciare in tutta Europa, anche se non indos­sano più la cami­cia bruna, ma quella verde o il dop­pio­petto.
In una delle poe­sie più belle e famose di Bre­cht, Del povero B.B., vi è un verso di scon­fi­nata ama­rezza: «Sap­piamo di essere effi­meri / e dopo di noi verrà: nulla degno di nota». Potrebbe sem­brare il testa­mento di un nichi­li­sta asso­luto, la dichia­ra­zione peren­to­ria che ogni sforzo è vano, ogni pro­spet­tiva illu­so­ria e, cer­ta­mente, que­sto rispec­chiava l’umore alquanto tetro del gio­vane poeta. Ma, se pen­siamo all’intera uma­nità, quel cupo epi­taf­fio potrebbe anche essere letto come una messa in guar­dia dall’autodistruzione, come con­sa­pe­vo­lezza del limite. Tanto più che in un’altra sta­gione, esule in Dani­marca men­tre Hitler pre­pa­rava la guerra, Bre­cht si sarebbe rivolto, invece, diret­ta­mente alla poste­rità, chie­dendo indul­genza per i «tempi dav­vero oscuri» in cui aveva vis­suto, quando «discor­rere d’alberi è quasi un delitto, / per­ché su troppe stragi com­porta il silen­zio!» È que­sto il com­po­ni­mento, rivolto al futuro, che chiude l’antologia, descri­vendo quel mondo feroce nel quale per ricon­qui­stare uma­nità anche i migliori con poca uma­nità erano stati costretti ad agire, quando «anche l’ira per l’ingiustizia / fa roca la voce».
Ma se deci­sa­mente «oscuri» furono quei tempi, dei nostri non può dirsi che siano poi tanto lumi­nosi. A meno di voler mar­ciare chias­so­sa­mente nel terzo mil­len­nio con l’illusione che il Male sia rima­sto per sem­pre rac­chiuso nel «secolo breve» e il migliore dei mondi pos­si­bili si riveli senza alter­na­tive al nostro sguardo. «La men­zo­gna – scrive Asor Rosa – ha sosti­tuito dalle nostre parti la vio­lenza (dalle nostre parti, s’intende, per­ché altrove…) ed è diven­tata la nostra, usuale, quo­ti­diana, forma di vio­lenza». E allora il povero B.B. e i suoi com­pa­gni meri­te­reb­bero qual­cosa di più che la sem­plice indul­genza. Meri­tano attento ascolto. Del Pen­siero nelle opere dei clas­sici, scri­veva il poeta mili­tante: «Se si fa avanti impe­rioso così, / pure dimo­stra che senza chi ascolti esso è nulla / né sarebbe venuto né saprebbe / dove andare o restare / se non l’accogliessero». In que­sti pre­cisi ter­mini, sot­traen­dolo a quella vene­ra­zione disin­car­nata che abor­ri­sce qua­lun­que presa di posi­zione, pos­siamo senz’altro anno­ve­rare Ber­tholt Bre­cht tra i grandi classici.

Articolo di Marco Bascetta, apparso su il manifesto il 01/03/2015

L’amore non ha gambe

L’amore non ha gambe che possa seguirti. Devi
raccoglierlo nel punto in cui t’aspetta e portarlo in braccio
salendo le scale del mondo.
Leggero ti parrà come sono leggeri i bambini
– una leggerezza senza nome.

Anche sappi della stanchezza. Segreta
ti afferrerà le braccia e pian piano
– vedi al crepuscolo ad esempio –
sbiadiranno i colori a uno a uno
e della fiamma il mormorìo della brace.

La rinuncia soffierà piano al tuo orecchio
non ti sarà impedito di ascoltarla.
Ma quando ai fossi poi la lingua maledirà le inutili ossa
tu non voltarti alla curva:
l’amore non ha gambe che possa seguirti.

(da: Inconsapevoli viaggi, in Il venditore di suoni tattili – 2007)