Archivio mensile:giugno 2015

VOCIANTI

A questo gran vociare la mercanzia
a questo incantamento dell’ascoltatore
con le parole assoldate come puttane
non altra misura che il silenzio…
guardarci negli occhi
ove s’annidano certe le promesse
e la testimonianza come di marmo scritta
dove la notte è notte
la luce tu vedi che è luce
e la lingua tace come sconfitta
chiusa nella gabbia dei denti
e quello che accade senti
come d’ombre una dimenticanza.

(da:Vocianti – 2010)

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ALTER EGO

Molto abbiamo sbagliato – Giovanni –
nella stesura della rappresentazione.

La forma non pienamente capace
il contenuto inesatto e artificioso.

Daccapo molto è da riscrivere.
Daccapo riordinare gli sparsi appunti.

Ma teniamo per buono quel poco che è:
l’insonne cercare teniamolo.

(da: Inconsapevoli viaggi- 2007)

STRALCIO DA UNA VITA

                                                -a Peter Mead – Illinois-

Chi è il mio iscariota?
E quale sinedrio l’ha stabilito?
Porto la mia croce (la similitudine
io vi prego d’assolvere)
in una gerusalemme remota
e non vedo accanto il cireneo
e in cima non m’aspetta un gòlgota.

(da: Inconsapevoli viaggi – 2007)

LA FRANA DELLA RAGIONE (di E. Marcucci)

Quid Culturae . il Culturale bimestrale che si aggiorna il lunedì e il giovedì

Il tema del “vuoto” nella riflessione poetica di Montale, Cattafi e Caproni

Di che è mancanza questa mancanza, cuore, che a un tratto ne sei pieno? La domanda posta da Mario Luzi in questo verso iniziale di una delle sue ultime poesie, tratta da Sotto specie umana (Garzanti, 1999), centra a pieno il fulcro portante della drammaticità dell’essere e del sussistere, cioè la sproporzione fra la tensione indefinibile del bisogno del cuore dell’uomo e l’incapacità di quest’ultimo a soddisfarlo a pieno. La base di ogni volere è bisogno, mancanza, ossia dolore, a cui l’uomo è vincolato dall’origine, per natura. Venendogli invece a mancare oggetti del desiderio, quando questo è tolto via da un troppo facile appagamento, tremendo vuoto e noia l’opprimono: cioè la sua natura e il suo essere medesimo gli diventano intollerabile peso. La sua vita oscilla quindi come un pendolo, di qua e di là, tra il dolore…

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LEGGEVI STĂNESCU

In un atrio d’aspetto
al mio fianco leggevi Stănescu.

Ascoltandoti
consumavo con lo sguardo
lo spazio circostante
inseguendo la tua voce
che ora correva
ora incespicava
fra i soldati… gli amori…
le foglie e le preghiere
– addomesticandoli
al mio vocabolario.

E come il compiersi di un’opera
al suo segreto scopo
con celata carità
verso dopo verso
mi traducevi della vita
il vizio inconfessato.

(Braşov, 21 agosto 2009)

da: Vocianti – 2010