Un densissimo vuoto (di Valentino Fossati)

Quid Culturae . il Culturale bimestrale che si aggiorna il lunedì e il giovedì

Ho sempre più associato, con il tempo e in assenza di uno studio sufficientemente vasto da permettere maggiore padronanza e precisione, il vuoto con un’idea di attesa, attesa di qualcosa che si manifesti, di un’eccezione significativa, di uno squarcio, di una possibilità se non ancora di salvezza quantomeno di liberazione (dall’ingannevole, dall’apparente), di gioia.

La gioia di Caproni, ma anche quella paradossale, antichissima, che nasce dallo sguardo e dalla parola presa da Qohélet.

È proprio il vuoto che, come un barbaglio balena nella fragile ed evanescente consistenza di ciò che si mostra, dello “schermo di immagini”, del montaliano “inganno consueto”, ad assumere dura, assoluta consistenza là dove le cose sono destinate a sbriciolarsi, si annientano (“non lo sospetti ancora / che di tutti i colori il più forte / il più indelebile / è il colore del vuoto?” scriveva Sereni). Il vuoto si avvicina al mistico…

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